I Maestri dell'Arte

Fori, tagli e squarci: lo spazio e la luce di Lucio Fontana

Personaggio chiave della scena italiana ed europea del secondo Novecento, Lucio Fontana ha incarnato, in oltre quarant’anni di attività, il mito del genio, capace di spaziare da una ricerca all’altra contribuendo ogni volta a rinnovare a fondo la nozione di arte. Nato nel 1899 a Rosario di Santa Fè, in Argentina, da genitori lombardi, Fontana iniziò a lavorare nell’atelier di scultura del padre a Buenos Aires. Giunto nel 1928 a Milano, frequentò i corsi di scultura di Adolfo Wildt all’Accademia di Brera e nel 1930 tenne la prima personale alla Galleria Il Milione, punto di riferimento cittadino per l’arte contemporanea. In questo stesso periodo iniziò l’attività di ceramista ad Albisola, in Liguria. Alla pittura Fontana arrivò partendo dalla scultura e ciò spiega la  sua attenzione per gli effetti che muovono la superficie del quadro, ma anche la disinvoltura con cui riuscì a manipolarla. Sono questi gli anni del cosiddetto periodo classico, in cui l’artista mise a punto una ricerca plastica ancora figurativa come nell’opera “Signorina seduta”, un bronzo dipinto del 1934.

Signorina seduta, Lucio Fontana, 1934, bronzo dipinto, 84x 103x 83 cm, Milano, Museo del Novecento

In questa scultura l’eleganza delle linee e l’uso del colore oro, rivelano l’eredità della lezione di Wildt, maestro del simbolismo italiano di inizio secolo. Per Wildt l’oro aveva un significato estetico e simbolico, per Fontana assume una funzione di astrazione concettuale e spaziale. All’inizio del 1940 Fontana tornò a Buenos Aires; divenne professore di modellato alla Scuola di Belle Arti e fondò l’accademia di Altamira, luogo di sperimentazione artistica delle teorie esposte nel Manifesto dello Spazialismo pubblicato a Milano nel 1947, dopo il rientro dell’artista in Italia. Nel 1949 creò, presso la Galleria del Naviglio a Milano, la prima opera ambientale che si servisse della luce elettrica: una stanza in cui una lampada nera dava contorni violacei alle cose, comunicando un senso di disorientamento. A  Milano disegnò, piegando un tubo al neon, un grande arabesco di luce capace di ricordare i movimenti dei corpi nello spazio.

Struttura al neon, Lucio Fontana, 1951, tubo al neon, lunghezza 100 m, IX Triennale di Milano

“Struttura al neon” era una decorazione astratta costituita da 100 metri di tubo luminoso, appesa al soffitto come un lampadario, a dominare lo scalone d’onore del Palazzo della Triennale. Tra il 1963 e il 1964 Fontana realizzò il ciclo “Fine di Dio”, eseguendo 38 tele dai colori molto accesi, ovoidali e ricoperte di squarci e fori.

Fine di Dio, Lucio Fontana, 1963, olio su tela, 178x 123 cm, Collezione privata

Il gesto veloce e impetuoso dell’artista crea un senso spaziale diverso da quello tradizionale della tela bidimensionale. La realizzazione di fori e squarci provocano sensibili variazioni di luce e ombre sulla superficie. La serie dei Concetti Spaziali denominati Attese e meglio conosciuti come Tagli rappresenta il ciclo più ampio e significativo della produzione di Fontana, prodotto tra il 1958 e il 1968. Sono superfici monocrome, dipinte in modo uniforme con colori forti e puri (blu, rosso, giallo) utilizzando l’idropittura; le tele in seguito venivano “ferite” con un rasoio da uno o più tagli verticali inferti dall’artista. Il termine “Attesa” allude alla proiezione nel futuro di queste opere, confermata anche dalle date apposte all’epoca dall’artista, come “anno 2000” . Andare oltre la tela, cioè oltre la tradizione artistica e lo spazio circoscritto del quadro, significava superare la finzione della superficie pittorica: la profondità e le ombre non sono dipinte, ma reali, prodotte da squarci della materia e la luce concorre alla creazione dell’opera stessa. Proprio in questa serie si rivela l’esigenza di scoprire, per Fontana, una nuova spazialità.

Attese, Lucio Fontana, 1965, idropittura su tela, 55x 45 cm, Collezione privata

“Io buco, passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere”.

   Lucio Fontana

 

Article by Pierluca Amato