Artisti

Il contemporaneismo pink di Michela Pedron

Il contemporaneismo pink di Michela Pedron

www.michelapedron.com

  1. Nella serie The Blood of Butterflies Lei seduce il suo ipotetico spettatore utilizzando la farfalla, simbolo di bellezza e leggiadria, ma l’apparente frivolezza viene destabilizzata dalla scoperta di un pigmento un po’ fuori dal comune. Potrebbe spiegarci la tecnica da Lei adottata e il significato di questa serie?                     
  2.  Ho utilizzato la farfalla quale simbolo di cambiamento, di trasformazione, in un momento in cui la mia vita è stata cambiata dalla nascita di mia figlia. Sono diventata madre. Ho dedicato a lei questa serie che per me rappresenta un momento di legame con lei e di nuovo inizio, mi sentivo trasformata. Non era la prima volta che utilizzavo il mio sangue per dipingere, lo avevo già fatto sull’opera Big Oritsuru esposta in occasione di Open13 al Lido di Venezia. Si tratta di un origami in carta di grandi dimensioni che interagisce con l’aria, legato alla storia di Sadaco che ho conosciuto e mi ha molto colpita durante il mio viaggio ad Hiroshima, le cui ali sono dipinte con inchiostro giapponese e il cui becco è dipinto con il mio sangue. Sadaco conobbe la leggenda che raccontava che costruendo 1000 gru di carta avrebbe potuto esprimere il suo più grande desiderio. Io ho deciso di costruire una gru 1000 volte grande e ho voluto lasciare su di essa un dono tangibile, il mio sangue. Avevo un desiderio davvero grande da esprimere. 

Il significato che voglio dare al sangue in queste opere rimane lo stesso: è 

inteso come un dono, il dono più grande che io possa fare donando me stessa.

Farfalle e sangue, un dono nel momento della trasformazione.

La serie The Blood of Butterflies del 2012 è stata ampliata in questo anno con una decina di nuovi pezzi, dove ho utilizzato, oltre all’inchiostro, il sangue in questo caso di mia figlia, proprio perché ci trovavamo in un momento di crisi, nella speranza di una svolta positiva. Quasi la chiusura di un cerchio verso un nuovo inizio tra la prima opera di questa serie del 2012 e l’ultima del 2017.

  1. Lei cavalca a pieno l’onda Pop e kitsch: ha qualche artista a cui fa riferimento?

Preferisco definirmi Kitsch and Chic, Pop and Conceptual.

Credo che la commistione delle due cose le esalti superlativamente: amo le cose belle, tengo molto all’estetica nelle mie opere, credo che compito dell’arte sia sì affrontare temi importanti e essere pregna di una filosofia che faccia riflettere e porti a nuovi spunti, ma veicolata dal bello. Non credo nell’arte brutta e poco curata. Sono una maniaca della perfezione e della precisione per quanto riguarda le mie opere, curo i minimi particolari, ci tengo molto.

È vero che a una prima occhiata le mie opere possano apparire Pop, forse lo sono nei colori e nei soggetti, ma sempre più la mia arte è intrisa di temi profondi e ogni serie parte da una filosofia di base, ormai definirei la mia arte un Pop-Concettuale.  Non faccio riferimento a nessun artista in particolare, per quanto riguarda la mia ispirazione attingo piuttosto dai sentimenti, dalle emozioni, da ciò che mi circonda, amo la storia dell’arte e ne ho una profonda conoscenza, posso dunque dire che i miei artisti preferiti sono Michelangelo e Warhol.

  1. Crede che il pubblico sia sempre in grado di comprendere il messaggio che vuole dare l’artista? Magari proprio di fronte al suo David affronta Golia, crede che il fruitore vada oltre la semplice estetica?

No, naturalmente no, se non è guidato o interessato ad approfondire il messaggio di un’opera.

Non saprei se il fruitore distratto possa vedere oltre l’estetica, di certo però qualche domanda se la porrà. Se vi riesce potrà attraverso la risposta immergersi in un percorso di pensiero molto più ampio ed entusiasmante di quella che è la sola apparenza.

Altrimenti, se trova anche solo appagante la pura estetica di David affronta Golia, in questo caso mi porta a dire che è un’opera che può interessare diverse fasce di pubblico. Solitamente trovo curiosità nei fruitori delle mie opere, fanno domande, vogliono capirne la filosofia di fondo. Mi piace che le mie opere possano essere spunto di riflessione, collegamenti, comprensione, nuovi punti di vista su un tema che propongo.

  1. La serie Hell’s Kitty utilizza il personaggio più famoso prodotto dall’azienda giapponese Sanrio, ma ne altera completamente il significato. La scelta dei colori e l’utilizzo di righe orizzontali è casuale?

No, non è casuale. Come sempre prediligo fare nel mio lavoro, creo un’opera che sia esteticamente piacevole, così la scelta dei colori che risulta armonica e le righe che si susseguono danno confortevolezza allo sguardo.

Vengono poi applicati cucendoli alla tela dei pupazzi tridimensionali di Hello Kitty, anch’essa riporta alla mente l’infanzia, è rassicurante.

Ma poi il titolo: mi piace paragonarmi a Lewis Carroll, quando nelle sue avventure di Alice nel paese delle meraviglie gioca con le parole, tutto il testo è ricco di analogie, metafore, giochi di parole, doppi sensi. Io lo faccio spesso nelle mie opere, che portano titoli che operano per assonanza.

Hello Kitty è nell’immaginario infantile dolce, spensierata, felice.

Ma io ormai sono cresciuta, e Kitty è ovunque, sulla mia maglietta, sulla lampada nella mia camera da letto, sul mio frullatore, sulla mia bilancia, e perfino sulle mie mutandine e sulla carta igienica che ho in bagno.

E così ho raccolto i miei pupazzetti di Kitty e li ho cuciti con ago e filo su tele dalle textures a righe dai colori brillanti.

È così che Hello si trasforma in Hell. L’inferno in cui Kitty è costretta a rimanere intrappolata, il piccolo spazio di una tela vivace, la sua prigione, per sempre.

  1. In riferimento ai suoi Superheros, Le vorrei porre un’ultima domanda. Lei crede ai supereroi? Pensa che ai giorni nostri un ipotetico Batman o Superman potrebbero salvarci dalla “decadenza”?

No, non credo ai supereroi, non intesi come Batman e Superman, di certo no. Credo esistano però persone speciali, che non hanno superpoteri, ma sanno usare gli umani poteri nel migliore dei modi.

No, non credo nemmeno che se esistessero potrebbero salvarci dalla decadenza, non è quello il loro mestiere.

Credo che l’unica cosa che ci possa salvare dalla decadenza sia l’amore, il rispetto, il ritorno a valori che ormai sono sostituiti dall’importanza dell’apparenza e dalla corsa all’avere più che all’essere.

Ho fatto una lunga riflessione sui supereroi in questi anni, nata, come spesso accade, per caso, un collegamento nella mia mente, un’emozione.

Mi trovavo in un ipermercato, stavo facendo la spesa. Sul maxischermo senza audio vidi scorrere delle immagini e molta gente raggruppata sotto a guardare. Diedi uno sguardo veloce. Vidi del fumo che usciva da un grattacielo. 

Il mio primo pensiero fu «e ora quale supereroe arriverà a salvare tutti?

Batman? Superman? Spiderman?»

Credevo si trattasse del trailer di un nuovo film.

Dopo pochi istanti ho capito di cosa si stava trattando nella realtà.

Ero salita su quel grattacielo solo pochi mesi prima.

Era l’11 settembre 2001, e le persone pregavano.

Mi sono sentita sciocca, nei giorni seguenti ho continuato a provare dentro una sensazione di sgomento. Da qui è nata la mia serie dei supereroi, dalla riflessione nel momento del dramma. Quando tutto sembra perduto nei film, nei fumetti, nelle favole, ci si affida al Supereroe, solo lui è la chiave della salvezza. Quando tutto sembra perduto, nel momento della catastrofe, della disperazione, le persone pregano, ci si affida a Dio, al Santo.

Così è nata la serie dei Santi-Supereroi.

Ora non mi chieda se credo ai santi.

 

Intervista a cura di Loriana Pitarra