Osservando le sue opere si percepisce la necessità di andare oltre i semplici estetismi e approfondire una ricerca spirituale ed emozionale.  I più audaci potrebbero subito collegare questa mia frase al famosissimo Vasilij Kandinskij che con il suo testo “Lo spirituale nell’arte” (1909, pubblicato nel 1912 a Monaco dall’editore Reinhard Piper) ha rivoluzionato il pensiero e la concezione dell’arte, ma oggi ci stiamo riferendo ai lavori di Massimiliano Ferragina che con la sua pittura ha richiamato sicuramente il succitato Kandinskij. La ricerca pittorica di Ferragina è una trasposizione della sua ricerca spirituale, sicuramente legata ai suoi studi universitari di filosofia e teologia.

  1. Arte e spiritualità sono da sempre intrinsecamente collegate e gran parte del nostro patrimonio storico artistico è dovuto proprio alla rappresentazione, esaltazione o costruzione di edifici religiosi. Potrebbe raccontarci gli inizi del suo percorso artistico? Si è formato completamente come autodidatta?

Sono nato a Catanzaro, ho vissuto fino a 18 anni a Girifalco un ameno paesino dell’entroterra calabrese. Non nego che il bisogno di approfondire la mia spiritualità è cresciuto con me, nutrito dalle tradizioni, dai riti, dalle credenze molto sentite appunto al sud. I miei ricordi d’infanzia sono quasi tutti legati a feste religiose, a pratiche tra fede e superstizione, a rosari sgranati come fossero litanie esistenziali. Ho assorbito tutto questo e la mia pittura ne risente molto. Gli studi teologici poi hanno purificato il contenuto trasformando il resto in poetica. La mia formazione comincia proprio nelle botteghe degli artisti locali, dei maestri artigiani che lavoravano l’argilla, dipingevano paesaggi mediterranei, scene di vita. Seguivo un paio di loro, nei loro studi improvvisati mi mettevo in un angolo e osservavo le tecniche, i materiali, ma soprattutto il modus operandi ovvero la solitudine dell’essere, mi affascinava. Il mio esordio è avvenuto nel 2011 con il premio Open Art a Roma nelle Sale del Bramante, ma dipingo da quando avevo 16 anni, regalavo tutto, non tenevo nulla per me! Poi un mio amico critico mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto capire che nella mia pittura c’era qualcosa di “atavico” di “necessità interiore” ho cominciato allora a cercare il mio personale linguaggio. Ho visto nei musei di mezza Europa e studiato i grandi maestri moderni e ho cominciato a viaggiare visitando studi e case di artisti, non voglio citare i nomi per non fare torto a nessuno, ma per esempio ho vissuto a Copenaghen nel quartiere Cristiania per sei mesi, qui ho fiutato cos’è arte contemporanea e cos’è per me arte contemporanea, col bagaglio culturale di studi filosofici e teologici compiuti alla Pontificia Università Gregoriana, che mi portavo dietro.

 2. Ogni artista subisce volontariamente o involontariamente delle influenze. Quali sono gli artisti a cui fa riferimento?

Come scritto nella premessa a questa intervista sono stato totalmente affascinato dal grande Vasillji Kandinskji, ricordo ancora che davanti alle sue “Composizioni” al Centre Pompidou a Parigi ho pianto un pomeriggio intero, la gente mi chiedeva se stavo bene, io rispondevo: no! Non stavo bene, volevo essere come lui, libero, melodico, capace di dipingere i moti dell’anima con il solo strumento del colore. Un altro mio punto di riferimento è stato Chagall, ho scoperto il maestro studiando alla Lateranense durante un corso di storia dell’arte moderna, i suoi simboli religiosi fluttuanti, la sua Bibbia ebraica sospesa in un cielo rosso, blu, giallo mi hanno condizionato, ho capito che avevo solo quei colori come punti d’accesso al mio senso del sacro. Intanto dipingevo. Poi esistono tanti artisti viventi con i quali mi confronto, dialogo, litigo, e ciascuno di loro contribuisce ad arricchire e sedimentare l’elemento principale della mia ricerca artistica ovvero la relazione verticale tra l’uomo contemporaneo e il senso del divino.

  3. Il cromatismo delle sue tele è sicuramente d’impatto. L’utilizzo dei soli colori primari, ha sicuramente contribuito ad aumentare quel meccanismo “attrattivo” che induce lo spettatore ad avvicinarsi alle sue tele per indagare i suoi processi tecnici. Purtroppo, al momento non abbiamo la possibilità di guardare dal vivo i suoi lavori, ma potrebbe spiegarci il processo creativo, cioè dalla nascita dell’idea fino alla sua trasposizione su tela? Ma soprattutto potrebbe spiegarci l’acrilicollage?

Intanto la invito a visitare al più presto il mio studio in Roma. Un luogo dove non dipingo soltanto, ma sperimento, realizzo dibattiti, incontri, workshop, caffè artistici. Potrà vedere le mie opere dal vivo. Spiegare il processo creativo comporterebbe scrivere un libro. E mai riuscirei ad essere esaustivo. Posso dirle che una mia opera nasce innanzitutto dall’osservazione della realtà. Osservo molto. Osservo principalmente il comportamento umano, le dinamiche tra individui. Scrivo molte riflessioni nei miei diari emozionali, tutto quello che suggestiona i miei sensi io lo appunto in numerosi diari, poi col tempo medito, cerco di spiegare a me stesso perché quella cosa, quello sguardo, quel gesto mi hanno colpito nell’immaginifico. Automaticamente riporto tutta questa fase a testi biblici, evangelici, dove credo dia condensata tutta l’esperienza umana. Insomma, una prima fase molto lunga che prevede l’osservazione continua delle cose e la loro ri-lettura meditativa. Il secondo passaggio è lo schizzo, il bozzetto, direttamente su tela, poche volte su carta. Il bozzetto mi prende molto tempo. Marco un segno, istintivo, rapido, primitivo. Su quel segno incido seguendo il mio sentire, seguendo il mio lato ingenuo, senza sovrastrutture, senza paura di sbagliare, a volte i bozzetti sono più belli della tela finita! Alla fine arriva il colore. La mia tavolozza è sempre la stessa, i colori primari. A loro ho attribuito dei significati simbolici. La mia è una tavolozza significativa. I colori non rendono il reale ma il simbolico. Il giallo, ad esempio, per me, non esprime superficialmente come molti credono, la gioia, la felicità, la solarità, mi fa arrabbiare quando un colore così potente viene svuotato di tutta la sua portata metafisica. Io vado altre al giallo. In questo colore vedo il nutrimento umano. I campi di grano delle campagne calabresi, vedo il bisogno di nutrirsi altrimenti la morte. Il bisogno di sostentarsi. Quindi il giallo per me rappresenta l’essere fatti di terra, fragili, legati ad un esistere materiale, ad un essere fatti di carne e sangue. Il giallo lo lego alla caducità umana. La tela finita è il risultato di una lotta interiore, come quella di Giacobbe con l’angelo. Lotta tutta la notte, poi scopre all’aurora di lottare con colui che più lo amava: Dio.

Mi chiede dell’Acrilicollage. Tecnica ideata totalmente da me. Mi diverte questa cosa. Si tratta di un collage, finito con strisce di colore acrilico. Tutto su carta di Fabriano fatta a mano. Sono piccole opere, spesso 30×40, poco impegnative rispetto una tela, ma non meno simboliche. Ho ripreso l’arte del papier collè, ovvero decontestualizzo testi e figure ritagliandole da giornali e riviste principalmente, poi ricontestualizzo il tutto incollando a mio modo, ovvero componendo una nuova immagine, spesso ironica o di denuncia ed esalto la composizione con delle strisce di colore acrilico. Sono opere divertenti, spesso su commissione. Gli Acrilicollage più conosciuti sono quelli della serie “Senza olio di palma”. In pratica prendevo famose immagini di capolavori della storia dell’arte, le ritagliavo e accanto inserivo, sempre in ritaglio, la dicitura presa dai prodotti alimentari: senza olio di palma, sembra ormai che questa scritta trasformi ogni prodotto in un prodotto sano, salubre, nutriente, importane, assolutamente da consumare…perché non applicarla all’arte?

 4. Tra tutte le sue opere ne ha qualcuna a cui si sente particolarmente legato? Perché? 

Difficilmente mi lego alle opere. Non sono possessivo nei confronti dei miei lavori. Faccio arte per fruirla. Ma visto che mi chiede se sono legato a qualche mio lavoro devo ammettere che un’opera c’è. Si tratta di un ciclo pittorico, realizzato in soli tre giorni, nella cappellina privata dei Padri Passionisti a Mascalucia, vicino Catania. Uno dei paesi etnei. Avevo lo studio di fronte l’Etna. Tre giorni di contemplazione pura. Qui, nella cappella del Sacramento ho dipinto l’altare, l’ambone, la colonnina del tabernacolo, la sede del ministro e la parete dietro l’altare con colori luminosi, avvolgenti, attrattivi. Il soggetto portante di tutto il ciclo pittorico è stato la Croce come strumento di Salvezza nella fede cristiana. E’ venuto fuori un percorso di catechesi sulla Croce dipinto. Come si faceva nel medioevo. La catechesi si dipingeva sulle pareti delle chiese. A Mascalucia ho realizzato la mia opera più 

intimamente unita al mio essere uomo, cristiano, artista. Ovviamente, ci tengo a precisarlo, nulla di figurativo, tutto s’intuisce ma si tratta di simboli stilizzati paleocristiani, linee nere, colore che cola, macchie di blu rosso giallo a significare che siamo fatti di terra ma anche di cielo. La cappellina oggi è visitabile perché la casa è aperta ai pellegrini, ricevo ancora tantissimi messaggi e alcuni sono vere e proprie storie di conversione. Questo lavoro mi emoziona molto. Pensare che ogni giorno i padri pregano avvolti dall’arte, e senza modestia, dalla mia arte, mi incoraggia i seguire il mio percorso.

5. Progetti futuri o attualmente in cantiere: cosa ci riserva per l’imminente futuro?

Progetti futuri tanti. Attualmente sono impegnato a Verona con un workshop di pittura biblica emozionale, si tratta di un laboratorio che coinvolge persone adulte che hanno voglia di mettersi in gioco. Un laboratorio diviso in due fasi. La prima fase, sempre guidata da me, prevede l’esplorazione di un testo biblico dal punto di vista originale delle emozioni dei personaggi biblici. Una fase “esegetica” mirata a individuare quanto emotivo ed emozionante è la rivelazione divina. La seconda fase prevede un esercizio di visualizzazione delle proprie emozioni provocate dal contenuto biblico ed associate al proprio vissuto del momento, in questa fase le emozioni individuate attraverso i colori primari vengono trasferite sulla tela. In questa fase, accompagno ogni singolo partecipante, al fine di fornirgli le basi tecniche per lavorare i colori e costruire la propria opera. Il 12 maggio presenterò a Roma otto nuove opere in anteprima presso ArtSmile che saranno poi esposte in una grande mostra personale dal titolo CHARISMA, i colori dello Spirito dal 18 al 27 maggio a Milano in occasione della Pentecoste. Evento voluto dall’Arcidiocesi di Milano unità pastorale di S.Antonio e SS Redentore di Pozzo dell’Adda. Sarò presente anche sul lago di Garda i primo di giugno in occasione del Festival Rosa dedicato al vino, presenterò dal primo al dieci giugno una mostra tematica dedicata al vino nella Bibbia DI-VINO COLORE presso la chiesa e le sale comunali della città di Moniga del Garda. E poi ancora in autunno…ma mi sembra prematuro parlarne.

Article & Interview by Loriana Pitarra