Artisti

Intervista ad Alice Padovani

Il ricordo di un’entomologia artistica

La creazione di piccoli mondi, ricordi e atmosfere statiche, bloccate in un tempo indefinito, ma che emozionano e incuriosiscono: così descriverei i lavori di Alice Padovani (www.alicepadovani.com). Laureata in Filosofia e in Arti Visive, dalla metà degli anni ’90 al 2012 si forma e lavora come attrice e regista nell’ambito del teatro contemporaneo. Parallelamente sviluppa il suo percorso di artista visiva che la porta a esporre in mostre personali, collettive e fiere d’arte a carattere nazionale e internazionale. I suoi lavori fanno parte di alcune importanti collezioni a Roma, Parigi e Londra.


1. I suoi lavori sono sempre contraddistinti da una presenza animale e leggendo alcune sue interviste sono riuscita anche a capire il perché. Come figlia di un entomologo, lei è cresciuta in una casa piena di reperti naturali raccolti in tutto il mondo. Nonostante abbia passato molti anni a stretto contatto con questa realtà, perché ha scelto di riportarli anche nei suoi lavori?

In generale trovo che il corpo animale sia molto più interessante e poetico di quello umano. Il mio sguardo ne è sempre stato attratto, forse perché ci riconosco una realtà non filtrata, più pura, non deturpata da preconcetti e imposizioni socio-culturali. Della natura amo la terribile bellezza e l’alterità che esprime attraverso le sue molteplici manifestazioni e, al contempo, la totale indifferenza nei nostri confronti di leopardiana memoria.
Parlando di memoria, l’infanzia ha giocato sicuramente un ruolo fondamentale nel mio percorso artistico: vissuta in una casa piena di oggetti bizzarri, fossili, conchiglie e insetti, che provenivano dai viaggi fatti con i miei genitori, è per me il regno della meraviglia, il paradiso non del tutto perduto che posso rivivere attraverso le forme della natura e alla costante ricerca del bello.

 

2. “Collezione di una gazza ladra”.

Collection of a magpie.. Project zero + Collection of a magpie.. Firt nest – 2014 – collezione privata
Black and white nest – serie Collection of a magpie – 2017 – Courtesy Le Dame Art Gallery

La sua serie di lavori, dal titolo Collezione di una gazza ladra, reincarna al massimo lo spirito collezionistico di questo animale, ma al contempo crea una raccolta di ricordi, armonicamente e perfettamente disposti nello spazio. Una disposizione e un’accuratezza quasi maniacale, nel senso più positivo del termine, ovviamente. Come nasce l’idea di quest’opera e soprattutto quale criterio ha utilizzato per scegliere gli oggetti da inserire?

La prima opera di questa serie è nata nel 2014 e credo si sia alimentata in modo inconscio da alcune mie urgenze creative e personali. Allora stavo lavorando a opere dove l’aspetto della raccolta scientifica incontrava quello più poetico legato alla bellezza dell’oggetto/insetto conservato, teche per un’entomologia immaginaria se così si può dire. In questo frangente, e a seguito di un incontro fortuito con una gazza, l’idea della teca, che riuniva in modo ordinato gli oggetti da essa “rubati” e conservati nel proprio nido, è stata semplice e immediata. Nessun criterio particolare determina la scelta degli oggetti perché, proprio come la gazza, questi sono raccolti e trovati per caso.
Essi rappresentano la sostituzione di un desiderio: la gazza ladra, infatti, non ruba, essa conquista solo ciò di cui vorrebbe cibarsi e capita che ”collezioni”, per errore, oggetti luccicanti, confondendoli con i ben più ambiti insetti. Come la gazza, anche noi siamo portati, più o meno inconsciamente, a sostituire e confondere l’affettività e la volontà di possesso, con gli oggetti.
Il collezionismo nasce da un desiderio perennemente insoddisfatto, un dominio reiterato e sempre disatteso, che non potrà mai dirsi concluso. Ugualmente la gazza, nel tentativo quotidiano di sfamarsi, continuerà ad aggiungere piccoli reperti alla propria raccolta di fallimenti.
Quest’opera racconta della nostra fame mai sazia, del desiderio di conservare, dello sforzo, vano, di trattenere una memoria, un ricordo. Noi trasformiamo le tracce emotive in oggetti, la cui forma fisica, spillata e sigillata in una teca chiusa, diventa all’apparenza semplice da possedere.

 

3. “Entomologia immaginaria” 


Fattori colorimetrici per un corpo autoluminoso / Colorimetric factors for a luminous body – 2017 – collezione privata.

Fattori colorimetrici per un corpo auto luminoso, opera del 2016 che ha catturato la mia attenzione sia per la frase che per la presenza di questi coleotteri coloratissimi. Ammetto di non essere una grande amante degli insetti, anzi ne sono quasi terrorizzata, ma quest’opera mi ha incuriosita.
Potrebbe spiegarci brevemente quest’opera? Chiaramente vi è un riferimento esplicito alla colorimetria. Potrebbe quasi essere un’illustrazione da manuale.

Come già accennato, mi piace giocare con elementi contrastanti e creare equilibri inattesi che uniscano materie, a prima vista distanti come scienza e poesia, e che in fondo sono frammenti di una stessa realtà. Il titolo riprende alla lettera una definizione scientifica che si utilizza nell’ambito della colorimetria per determinare la misura e la forma del colore attraverso molteplici fattori. Questa definizione mi sembrava particolarmente calzante se abbinata al corpo luminescente e variopinto dei coleotteri che, disposti in scala cromatica, avrebbero potuto generare una suggestione insolita e ideale.
La cosa più interessante, tuttavia, è scoprire ancora una volta che questa teca è una di quelle che riesce maggiormente nell’intento di avvicinare e incuriosire persone intimorite, o del tutto fobiche, al mondo degli insetti.
Il punto focale di questi lavori, l’intenzione “politica” verso cui si sviluppano, è proprio questa: permettere una svolta nel proprio modo di vedere la realtà, darsi un’occasione per cambiare idea e per recuperare uno sguardo nuovo che possa accogliere una bellezza diversa, lontano dal ribrezzo e dalle paure.

4. “Cetonia aurata o dell’eterna rinascita – 2014 – Courtesy Le Dame Art Gallery

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Insetti che si arrampicano fino a soffocare il collo di un manichino bianco, inerte.
Insetti morti che suscitano meraviglia e ribrezzo.
Morte immaginata o soltanto una rinascita.
Un gioiello per evocare antichi splendori e la caducità dell’esistenza.

Quando ho visto quest’opera ho subito pensato alle spille Maguech, un’antica usanza delle donne Maya che ancora oggi in Messico è molto in voga. Mi riferisco ai famosi “insetti gioiello”, ossia la tradizione di decorare gli insetti vivi con pietre preziose o piccole gemme e venderli come spille o pets, a discrezione dell’acquirente, da tenere in casa come animale domestico o da indossare.
La sua opera attrae, ma allo stesso tempo è spiazzante agli occhi. Una visione superficiale noterebbe solo la bellezza di questi animali, luminosissimi e colorati, dei veri e propri gioielli.
Ma una visione realistica e temprata noterebbe come la loro bellezza sia mortale per quell’inerme manichino che si trova sotto le grinfie di questi animali. Qual è il suo punto di vista? Una bellezza mortale o una sensibilizzazione a questo tema?

Più che di una sensibilizzazione, una seconda e più accurata lettura di quest’opera potrebbe rivelarsi come una presa di coscienza sulla nostra stessa caducità, sull’effimero della vita che tende a un senso di infinito terreno agevolato, per così dire, dall’azione del tempo che passa. In questo senso, l’insetto riflette in pieno la sensazione contrastante di ciò che si guarda, al contempo, con meraviglia e orrore. È spesso associato alla terra, alle cavità oscure e umide del sottosuolo, ed è un attivo protagonista nella corruzione della materia: per questi motivi ci ricorda la morte da vicino.
Si tratta di una bellezza certamente mortale, terrena, ma soprattutto altra. Possiamo guardare questi insetti come un futile decoro, come un gioiello che evoca antichi fasti e usanze tradizionali (che come ricorda anche lei resistono in certe parti del mondo) per poi specchiarci nelle loro elitre splendenti e riconoscervi la nostra stessa materia fragile.

Article e interview by Loriana Pitarra