“Ambienti” Rajù

Qual è stato il tuo primo approccio alla fotografia?

Hai iniziato per puro interesse personale, oppure è nato dalla semplice necessità di fotografare i tuoi lavori?

Ho iniziato ad interessarmi alla fotografia durante gli studi di Graphic Design al Triennio dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, perché tra le diverse materie di quel corso, mi sembrava quella che materializzava l’espressione artistica pura e libera che stavo cercando. 

Il mio primo vero approccio a questo nuovo mezzo di espressione, è stato lo studio anatomico, affascinata dai lavori di Robert Mapplethorpe. Il corpo umano era il mio soggetto preferito anche nei miei primi esperimenti pittorici. 

In seguito, ho scoperto alcuni artisti contemporanei il cui linguaggio mi ha portato ad interrompere qualsiasi legame con la rappresentazione artistica tradizionale e con la figurazione.

“Ambienti” Charcot, Volterra

Artisti quali Nick Cave, Matthew Barney, Erik Ravelo, Akatre ed altri, hanno contribuito a delineare in me una nuova visione dell’arte, introducendo in maniera spontanea nella mia ricerca estetica, una carica di ironia, giocosità e colore. Successivamente ho iniziato a “ritrarre” degli artisti attraverso l’obiettivo fotografico, la serie Profili d’Artista, 2013, diventato il progetto di tesi di laurea del Triennio. I corpi venivano trattati come parte di un’installazione (vivente), con il fine di tradurre in forma visiva, la fusione tra la personalità e l’espressione artistica di ognuno dei soggetti ritratti.

Gli “Ambienti” sono l’esempio di come hai introdotto la fotografia come parte portante dei tuoi lavori. Dove trasformi dei semplici ambienti in un reticolato colorato in cui spazi e oggetti diventano inutilizzabili, potresti raccontarci un po’ questo tuo “ingarbugliamento”?

Proiezione Crisadelica

Inoltre, tutto ciò ha avuto un risvolto anche in una tua performance del 2015 dal titolo “Avviamento crisadelico” come hai sviluppato l’idea?

Mi sono servita della fotografia nella serie Ambienti perché era l’unico strumento che mi consentisse di conservare una testimonianza, una vivida traccia di un gesto artistico effimero.

La complessa scenografia che realizzo pazientemente e meticolosamente (tra ricerca della location ed allestimento) è destinata ogni volta a perire (a soccombere) al naturale degrado temporale, nell’immobilità e nel silenzio che aleggia solitamente in questi spazi, protagonisti principali del mio progetto.

Catarsi Crisadelica

La fotografia diventa quindi l’artefatto celebrativo di luoghi senza tempo che, attraverso quell’intervento, rinascono nuovamente e lo fanno in maniera davvero vistosa!

L’utilizzo del colore, infatti, gioca un ruolo fondamentale perché si contrappone volutamente alla lugubre e spenta cromia di questi ambienti oscuri e impolverati. Dimenticati, ma allo stesso tempo testimoni di un passato che ha ancora qualcosa da dire. Questa sorta di (sopita) energia vitale che permea all’interno di essi, ha per me una forte attrattiva che mi spinge a volerne entrare in contatto. E per farlo mi immergo totalmente nell’ignoto, toccando uno ad uno ogni elemento presente nello spazio per, così dire, instaurare un rapporto intimo con esso, visibile dalla traccia che quei fili di lana segnano col mio percorso. Ciò che nasce ad un certo punto da questa “confidenza” è una nuova architettura che va ad inserirsi su quella preesistente, senza mai alterarla.

Tutta questa operazione è probabilmente un modo di prendermi cura della parte primigenia più oscura e disabitata che è in me, ma anche una forma di denuncia verso un tempo in cui è tutto così veloce da non consentire di accorgersi del vero valore insito in ciò che ci circonda, in cui il “nuovo” spazza via con poca considerazione il “vecchio” e non c’è cura della memoria.

Avviamento Crisadelico nasce come preparazione a Catarsi Crisadelica, certamente il mio lavoro più intimo e sentito, che trova una forma forse molto esplicita di comunicare la visibile difficoltà dell’uomo ad adattarsi ad un mondo troppo distante dalla sua natura e il conseguente camuffamento che egli deve compiere per nasconderla e proteggerla.

Un aspetto che mi ha affascinato particolarmente è l’utilizzo della luce wood in alcuni dei tuoi lavori che alterano l’aspetto e la capacità di percezione dell’oggetto stesso.

Qual è stata la prima opera in cui ha utilizzato la luce wood e perché?

“Sei davvero capace di guardare oltre?” visione con luce wood

Il primo lavoro in cui ho sperimentato questo particolare tipo di luce è stato Visione Olometaboli, un’installazione interattiva, che consentiva al fruitore di rapportarsi ad una stessa scena mediante due differenti “filtri”. Tramite la visuale offerta dalla luce calda, si poteva osservare un’opera realizzata secondo una ricerca informale puramente basata sulla sperimentazione materica (in questo caso un groviglio di fili di lana colorata).  Il passaggio alla luce wood, ottenuto grazie ad un sensore di movimento che percepiva il sopraggiungere del visitatore alla scena centrale dell’installazione, consentiva invece di notare sulla superficie dell’opera, un’entità dapprima nascosta, la sagoma di una farfalla appartenente agli olometaboli.

Il ciclo evolutivo di questi insetti è costituito dal loro distaccamento dalla crisalide per rinascere nella loro forma definitiva, processo che è per me il simbolo dell’evoluzione metamorfica della vita.
Inoltre in un momento in cui, in arte, una certa ricerca estetica ha troppo spesso ricevuto la sentenza dagli “intellettuali dell’arte” di ridursi a futile decorativismo, in difesa costante dell’iper-concettuale tanto di tendenza oggi, ho sentito l’esigenza di non tradire la visione formale che ho dell’espressione artistica (ovvero quella che include il puro appagamento visivo delineato da linguaggi come potrebbero essere quelli provenienti dal mondo del graffitismo) e offrire una duplice lettura di una stessa immagine, possibile soltanto se spinti dalla curiosità. La curiosità è per me un valore essenziale dell’esistenza, è un valore senza il quale, neanche in arte, qualsiasi oggetto osservato (concettuale o meno che sia) finirebbe per risultare “incomprensibile” ad un primo sguardo.

“Sei davvero capace di vedere oltre?” visione con luce naturale

Di conseguenza soltanto ponendo il proprio sguardo più vicino alla superficie delle cose, così come parallelamente avviene anche nei rapporti umani, si scoprono le infinite possibilità offerte dall’analisi. La luce wood quindi, in questo progetto, funge da lente di ingrandimento per osservare meglio, da sveglia per non far addormentare il nostro sguardo e la nostra curiosità, istinto essenziale dell’esistenza.

L’arte contemporanea è un mondo vastissimo e il fruitore spesso dichiara di non comprenderla. Recentemente ha realizzato un happening dal titolo “Adesso tocca a te”, potresti raccontarci l’idea e soprattutto le reazioni del tuo pubblico?

In quell’occasione ai presenti erano state offerte delle chewingum, senza svelar loro che sarebbero servite in seguito ad ognuno, per lasciare una personale traccia su una tavoletta appesa al muro, così come era stato fatto da me in precedenza in una simile posta lì accanto.

L’invito, chiaramente provocatorio, era mosso dalla mia volontà di rendere partecipe qualsiasi tipo di fruitore e poter sentirsi parte dell’operazione artistica, ultimamente troppo destinata al solo pubblico selezionato di intenditori.

I visitatori venivano esortati non soltanto ad interagire modellando questo semplice materiale, ma anche ad ingegnarsi per concepirne la forma che più li rappresentava, confrontandosi allo stesso tempo con il disgusto che quella operazione poteva presentare.

L’accaduto ha scandalizzato e divertito i partecipanti, che si sono sentiti spiazzati penso più per la disabitudine dal sentirsi altro che semplici osservatori distaccati, che per il fatto di dover interagire con qualcosa di “insulso”.

Credo ci sia in me una sorta di soddisfazione nel veder la gente affrontare i propri pudori ed anche un certo sarcasmo nel trattare l’arte e il rapporto che si ha con essa.

“Adesso tocca a te”

Avremmo occasione di guardare i tuoi lavori in qualche mostra o personale?

Sto iniziando a lavorare ad una performance che si terrà al Macro di Roma nella programmazione 2018-2019 all’interno del progetto del Macro Asilo che abolisce l’idea della “mostra” per approdare finalmente ad un esperimento sociale in cui è soltanto l’artista ad auto-esporsi, senza intermediari, mettendo in discussione così il ruolo di curatori e critici. Solo il fruitore deciderà ciò che piace oppure no e sarà compito dell’artista trovare il modo di comunicare il proprio messaggio senza filtri e senza condizionamenti esterni, come normalmente avviene all’interno del circuito museale. Il progetto che ho proposto prenderà il nome di “Non si accettano caramelle dagli sconosciuti” e proprio le caramelle gommose saranno le protagoniste durante tutta la durata della performance!

Articolo ed intervista a cura di Loriana Pitarra